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La competitività oggi

Tutti vogliono vincere, affermarsi, riuscire, avere successo. Sempre più. E tutti sanno che per riuscirci si devono possedere un sacco di ottime qualità. Competere è lo sport nazionale, altro che il calcio. Solo che stiamo assistendo, in particolare nel settore privato, al dilagare di una malintesa competizione, dove tutti lottano contro tutti, spesso all'interno della stessa organizzazione, confondendo in questo modo gli avversari con gli alleati. Pare che l"importante sia sgomitare e sopraffare gli altri, senza fare distinzioni.

Il modello politico attuale non aiuta, in questo senso: con un paese spaccato in due, i mass media sono pieni di polemiche, più che di notizie o di proposte. Questo genera l’abitudine a contrapporsi, in molti casi in modo sterile.

C’è da domandarsi quindi che cosa significhi competere: se si intende, nel libero mercato, attivare una competizione anche piuttosto aggressiva per cercare di battere la concorrenza, questo è fondamentale per il successo di un’impresa; ma quando la competizione è una lotta fratricida non può essere altro che controproducente.  

Non è raro il caso di due manager messi in lotta tra loro per un posto direttivo. Una volta che si sarà capito chi dei due è il più spietato, tanto che, passando sul cadavere dell’altro, è riuscito ad occupare il posto tanto ambito, non ci si domanda mai cosa accade allo sconfitto. Oltre al danno morale inferto, ha senso per l’impresa perdere un manager comunque capace, o tenerlo sottoposto, punito e frustrato?

Sono diversi i casi di multi-level marketing nei quali i responsabili scatenano una competitività sadica tra partecipanti, a volte anche infliggendo umiliazioni corporali. Alcuni casi sono finiti nelle aule dei tribunali.

Casi limite, si dirà, ma non poi così rari. Diversi corsi di formazione, particolarmente tra quelli svolti in out door, finiscono con il diventare dei durissimi riti di iniziazione dove, con il pretesto di temprare il carattere, si scatena un certo nonnismo da bulli. E non apriamo proprio il discorso del bullismo a scuola, perché lì la competizione non c’entra: è solo prepotenza delinquenziale.     

Mors tua vita mea, si dirà, tanto più che non di vera morte si tratta. Ma siamo certi che l’autorevolezza di una organizzazione si crei con tecniche che sono invece tipiche di un autoritarismo feroce?  Non è cultura, si sa, se non è condivisa.

Ma come si può condividere una cultura organizzativa se i metodi presuppongono l’ostilità tra i componenti?

La ricetta, quindi, è semplice, anche se di questi tempi difficile da mettere in pratica: competitività significa stare insieme per fare squadra, per condividere lo spirito di un gruppo coraggioso e propositivo, con modelli da "terzo tempo” del rugby, non con modelli da teppismo calcistico.

Eccellere grazie al carisma, all’autorevolezza, alla generosità, con disponibilità allo scambio, mostrando capacità di ascolto, distinguendo gli alleati dai competitori. Competere in modo vincente è gareggiare lealmente, non sconfiggere l’altro, chiunque sia, con qualunque mezzo.

In sostanza è la differenza, profonda, tra gara e guerra.

(e.c.)

23/04/2007 - NewsMarketing - kania.anetta

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