Per fortuna c'è il climatizzatore.
21 maggio ma è già estate.
Sulla sedia due maglioni arrotolati. Sul pavimento alcuni faldoni zeppi di foto.
E" solo, quando si accomoda sul divanetto che odora di bucato.
Il signor Enrico è scomparso ed occorre investigare.
"Non mi sono mai sentito davvero felice, a pensarci bene.
Ero a Parigi e pensavo a te, alle torte che mi regalavi quando, appena varcata la penombra del mondo del lavoro, tornavo a salutarti.
Mi abbracciavi quasi commossa. Appoggiavo le mie guance sulla tua spalla sinistra e capivo quanto bello fosse l’esser bambino.
Mi guardavi sorridendo, lasciandoti trasportare dall’amarezza appena la realtà ci obbligava al distacco.
Chiedevi quanto mi sarei trattenuto. Avrei voluto dirti “Rimango per molto tempo; non vado a trovar gli amici” e invece il fantasma di dentro mi imponeva di dire “Tra poco esco”.
Rimanevi lì, inchiodata a vecchi ricordi, mentre la lavatrice, ora silenziosa, sembrava convocarti per il momento della stesa dei panni.
Camminavi solerte per il corridoio. Quante volte, durante una giornata, facevi finta di non vedere quelle foto incorniciate: tu, radiosa, che mi sollevi dai fianchi; un trofeo, dicevo quando, superata l’infanzia, ci piaceva guardarle insieme, quelle foto.
Ero a Melbourne e pensavo a te, ai giorni in cui non volevi comprami i modellini delle automobili. Ormai, dopo tanti rifiuti, neanche ci rimanevo male.
Poi passavi le tue mani tra i miei boccoli, li scompigliavi e ridevo; quando facevi così era perché avevi in serbo una sorpresa: un omino dei cartoni, un libro di favole o, semplicemente, la mia cena preferita.
Quel gesto e gli occhi si umettavano; non so se sia vero o meno - tra l’altro come ci si può ricordare dei momenti dell’infanzia? - ma quando vagheggio questa scena mi sento travolto da un’insolita quiete.
Con gli anni i gusti sono stati plasmati dall’esperienza ma, per me, di cene preferite ne rimane soltanto una.
Mi venivi a prendere a scuola con l’auto cigolante. Ci facevamo tenerezza a vicenda. Tu suonavi il clacson all’impazzata ed io, solo in un angolo del cortile, ti aspettavo provando sensazioni viscerali: odio e rancore si intrecciavano con l’affetto ed il desiderio di sicurezza.
Arrivavi e tenevo il muso per cinque minuti. Bastava che tu dicessi: 'Otto lettere, calciatore che inizia con la M e finisce con la A’, e tutto passava. Cominciavamo a giocare e la mezz’ora di viaggio volava.
Aprivi il cancello e, prima di posteggiare un auto ormai esausta, ti divertivi a spettinarmi. Chissà cosa mi avrebbe sorpreso.”
Sui fogli di carta intestata abitava forse l’anima del mistero.
Sette pagine, scritte in maniera confusa ed indefinibile. Un terzo, frutto dell’opera di una stilografica, metà digitata con una macchina da scrivere elettrica, ed una sola pagina, quella finale, elaborata su un più tecnologico word.
Il giorno prima una donna era morta. Le circostanze del decesso dovevano ancora essere chiarite; un camioncino – rosso secondo le testimonianze di alcuni, granata secondo le opinioni di altri - l’aveva investita all’uscita di un ristorante.
Quella donna era colei che, una volta alla settimana, puliva con meticolosità i 60 metri quadri nei quali un enigmatico uomo viveva fino a tre giorni prima.
“ ‘La casa della prateria’ ci appassionava. Una giovane rimase cieca e noi, colpiti dall’evento, ne parlavamo per ore come se quella ragazza fosse una nostra conoscente.
Insieme guardavamo le puntate. Io in soggiorno e tu, alle mie spalle, in cucina. L’odore di spezie stuzzicava il mio appetito e, tra una pausa pubblicitaria ed una corsa sui cavalli di avvincenti attori, venivo a rubare un pezzo della morbida frittata di patate.
Ero ad Istambul in un albergo a tre stelle. Non conoscevo nessuno. Ero stanco e con scarsa voglia di esplorare aromatici vicoli.
La tv satellitare mandava in onda le prime puntate di un serial storico: anche lì frammenti di reminiscenze galoppavano in tua direzione.
Ero terrorizzato ma non riuscivo a privarmi della sua visione. Otto anni ma ‘Twean Peaks' era diventato un appuntamento fisso. Mi accontentavi pur sapendo che, nelle ore seguenti, i miei sogni avrebbero avuto come protagonista proprio lei: l’irraggiungibile Laura.
Mi addormentavo sul tuo deltoide che nemmeno metà puntata era stata proiettata; in fondo tu lo sapevi: a me piaceva solo la colonna sonora.
Ero a Chicago e nel risto-pub un uomo cantava i sinatriani evergreen.
Avrei potevo essere al suo posto.
A nove anni suonavo ‘Per Elisa’; tu origliavi sperando terminassi tutte le battute senza un errore. Non avevi mai studiato musica ma subito intuivi se avevo seguito le indicazioni del compositore.
Perché non capivi Bach?
Ti ripetevo che non conveniva seguire la melodia, ma scindere i suoni: le scale della sinistra e gli acuti della destra, il sordo adagio dell’ottava inferiore che anticipava l’altalena armonica eseguita dall’altra mano.
Solo così avresti potuto venirne fuori e riuscire a comprenderlo. Ma eri ostinata e non volevi capire, come quando ti spiegavo le ragioni del setticlavio.
Molte cose, ogni giorno che viviamo, non hanno un senso. E’ questo che non hai mai concepito. Se lo avessi accettato avresti trascorso una vita più serena, trovato un equilibrio.
Il significato delle cose non si ricerca, viene da sé, lasciandosi andare, come ascoltando i fraseggi dettati dalla mente di Bach.
I conti, alla resa, tornano sempre.
Ti sei sempre posta tanti interrogativi inutili. Perché, perché, perché? Con quale risultato? Nessuno.
Aveva un senso capire i perché della lettura musicale?
Aveva un senso diffidare dei disegni armonici di un grande compositore?”
Gli era stato affidato un incarico difficile.
La pensione vicina ed un caso ostico da analizzare.
Perché un single di cinquant’anni lascia il proprio appartamento senza preavviso alcuno, dopo d’essersi accertato che il definitivo passaggio di averi fosse diventato ufficiale per la legge italiana?
Perché quest’uomo aveva deciso di donare i suoi averi ad un’estranea, una comune donna delle pulizie?
E che legame poteva avere l’ambiguo regalo con la sua scomparsa nonché con la truce fine della donna finita tragicamente sotto il motore ruggente di un camioncino truccato?
“Ero a Pechino. Il biglietto per la cerimonia di chiusura mi era costato più di uno stipendio ma, in fondo, la vita è una sola.
I fuochi di artificio non mi interessavano. Comprai quel biglietto per vivere un unico istante, quello in cui la folla emette un boato intenso allo scorgere di un ometto di cinquanta chili che, dopo aver sfidato i limiti della resistenza, fa da trionfatore il suo ingresso nell’arena.
Quella volta ci fu un testa a testa negli ultimi metri: i due filippidi, in un arrivo al fotofinish, ruzzolarono senza fiato mentre, accanto a me, un emozionato signore crollava in un pianto liberatorio.
Non dimenticherò quella sera. Non per il boato che immaginavo più scioccante per il mio spirito, ma per l’invidia che nutrii per quel jamaicano finito secondo.
Aveva perso ma almeno aveva dato tutto ciò che il serbatoio polmonare consentisse; era medaglia d’argento ma la stampa internazionale dedicò più articoli a lui che al vincitore, un primatista mondiale che già godeva dei favori del pronostico.
Ti ricordi quando vinsi la medaglia in quella competizione di corsa campestre?
Era una gara di livello regionale.
In partenza sapevo di essere in forma.
Partii col freno a mano tirato; non bisognava dissipare risorse preziose per il finale.
Al primo chilometro l’allenatore mi dice che sono quinto; alla fine del sesto giro ne supero soltanto un altro. Davanti a me, a cinquanta metri, vi è il terzo: ‘Dai, dai che lo raggiungi’ mi incitavo.
Arrivo ad un solo metro da quello che credo sia il terzo posto; invece è il primo.
Se mi avessero dato le informazioni giuste, avrei spinto maggiormente a metà gara.
La colpa non è di nessuno; né del preparatore atletico che ha preso una svista, né tua che ti sporgi al di là delle transenne urlando a squarciagola.
Ho sbagliato io. Mi sono fidato quando dovevo liberare l’istinto.
Ho dato retta ad informazioni sbagliate e potevo farne a meno: quella mattina, infatti, ero magicamente inabissato in una trance agonistica.
Perché non ho tappato le orecchie?
Perché mi son fatto convincere da una stupida strategia?
Troppe volte ho commesso il medesimo sbaglio.
Io che mi sento forte e maturo, tu che non sei d’accordo con una mia scelta.
Io che vorrei tirar dritto, tu che non mi parli.
So che vorresti comunicarmi il dissenso ma una voce interiore te lo vieta.
Rimani in silenzio, un silenzio rumoroso più di un furioso alterco.
L’assenza di parole mi toglie entusiasmo, crea dubbi, ansie, cicloni di pensieri senza meta.
Paralizzato smetto di correre, un metro, due metri, un chilometro dalla vittoria.”
Sotto il naso le righe dedicate ad una persona mai diventata nonna. Accanto ad esse i documenti firmati dal notaio; beneficiaria, una zitella con la passione del pulito.
Il reparto investigativo impiegò tre giorni per scovare il ramo delle parentele di Evelina, la poverina che, per caso, in una sera di inaspettati festeggiamenti, scelse di attraversare la strada nel momento meno opportuno.
Il filone delle indagini era preciso: bisognava ricercare due elementi.
Primo: Evelina sapeva della volontà del suo datore di lavoro?
Secondo: se la risposta fosse stata affermativa, c’era qualcuno, tra i conoscenti della cameriera, che era a conoscenza dell’animo magnanimo di un solitario uomo di mezz’età?
“Fa freddo. Il vento immobilizza il collo vietandomi di volteggiare per apprezzare la rugiada che bagna strade deserte.
Zampognari imbacuccati annunciano il loro arrivo suonando campanelli biancorossi avvolti alla vita.
Un bimbo dorme col capo accaldato dal pullover di un padre finalmente in ferie. Lo guardo e penso al mio Natale.
Sono a Glasgow, variopinti kilt rallegrano la vista e la mente ritorna alle nostre vigilie.
Il nastro dei ricordi si sbobina con frenesia.
Tu dici che non sopporti il Natale, che non vuoi regali.
Ma perché ti ostini a ripetere sempre le stesse cose?
Non vuoi che vada in giro per scegliere una sciarpa che ti doni?
Non ami che perda tempo a dubitare tra due differenti tipi di forni ideali per i tuoi arrosti?
Se è davvero così, non ripetermelo con fare snervate, oppure non aprirlo nemmeno il pacchetto infiocchettato con gioia.
Preferisci non festeggiare? Allora mettiamo parola fine all’insensata farsa del preparare i tradizionali piatti che i nostri ascendenti veneravano.
Affermi che elimineresti le festività che ti rendono così nostalgica?
Ma allora, cara mia, e ci tengo a precisare che non sono sarcastico, ma per te è sempre festa?
Non ho mai capito perché, dai quattordici anni in poi, se ti correvo ad abbracciare accettavi, quasi con sufficienza, il calore che ne derivava .
Non comprendevo il motivo per cui, all’improvviso, mi chiamavi per dirmi: ‘Perché non mi dici mai niente, non voglio che ti confidi, ma mettiti nei miei panni, non so niente di te’.
Non eravamo shopenaueriani porcospini ma taciti complici.
In fondo accettavi l’esistenza dei miei inviolabili scrigni, come io ammettevo l’autorevole presenza della tua sfuggente anima.
Mi perdevo tra la quinta strada e l’avenue dei pubblicitari, quella Lexington che per qualche mese mi diede la pagnotta; pur intuendo le diramazioni non riuscivo a raggiungere il teatro.
Rischiai di entrare a spettacolo iniziato; per fortuna il primo ballerino ritardò il trucco.
Mi accomodai accanto ad una signora emanante chanel e proiettai le vecchie aspirazioni.
Nell’intasato deposito della tua memoria ci sarà senz’altro posto per quelle movenze di cui spesso mi vergogno.
Devo esibirmi nel principale teatro della città. Le note di un musical echeggiano suscitando stupore nella calca di parenti e conoscenti che, poco prima, hanno consumato con voracità gli stuzzichini offerti nel foyer.
Ho paura ma sento il bisogno di esaltarmi. Voglio diventare qualcuno ma non so chi. ‘E’ meglio cominciare da qualcosa’, mi ripeto, osservando i miei colleghi mentre, nascosto dietro le tende, cerco di caricare le pile.
Brividi di terrore defluiscono verso gli arti inferiori. E’ il mio turno. Mi tuffo sul palco e libero la rabbia.
Scrosci di applausi mi inviano in un’altra dimensione; fermo immagine: i flash immortalano il mio concentrato viso ed attendo il fatidico accordo, preludio della presa a pesce. E’ il punto topico dell’intera rappresentazione; le suggestioni non accennano ad evaporare, mi sento felice.
Sono emozionato ed ho scatenato emozioni nei presenti in sala.
La musica tende a sfumare, il sipario lentamente viene dischiuso malignamente da un operaio forse invidioso.
Una ragazza intenerisce lo sguardo ed allarga la braccia. Si avvicina con fermezza ed avvinghia irresistibili tenaglie al mio collo.
Sussurra parole che ho rimosso e mi bacia con una passione che mai avevo sospettato.
Sarò un cantante, un ballerino o un attore?
Quel bacio durò un mese, queste illusioni quattro anni.”
In casa di Evelina vi era traccia di anabolizzanti.
La passione per il culturismo nacque quando, una volta presa la decisione di lasciar la casa dei genitori, scelse un misero appartamento come alcova di irrealistici obiettivi.
Nessun amore negli ultimi tre anni, troppo per non sospettare ambiguità.
Nessun amico che la vedesse costantemente in giro nel fine settimana.
Strano per una donna che, nonostante il pallottoliere anagrafico cominciasse a farsi sentire, calamitava il sesso opposto col suo appeal orientale.
La folta biblioteca si impolverava ora dopo ora.
Sotto il naso sempre quelle pagine, ed un fitto mistero ancora da sciogliere.
Lo stanco poliziotto si alza per scrutare un libro mai sentito, nemmeno in quei programmi culturali che ammirava a notte fonda.
In esso dimoravano le vicende di Elsie Lindtner, un infausto personaggio nato dalla creativa mente di Karin Michaelis; la copertina rattoppata intrigava l’osservatore, conquistato dalla personalità dell’ex proprietario di una casa ormai senza re.
Il vice commissario entrò nel luogo che si stava animando di suggestioni e colse di sorpresa Jerome.
“E’ inutile indagare – disse al detective da tutti conosciuto come il francese per via di un nome che una madre, patita dell’avanspettacolo parigino, scelse per un figlio per cui sognava una vita nel jet set di Hollywood.
Un veloce scambio di battute tra i due professionisti del giallo e Jerome, preso atto dei nuovi risvolti di un caso ipotizzato per sbaglio fitto di intrigo, continuò serafico nell’appassionante lettura.
“Prendo il meritato aperitivo. Il barman mi guarda col sorriso inebetito stampato sul viso. Io ricambio prima di saggiare le sue prodezze alcoliche. Un sorso prima di alzare la testa. Devo complimentarmi: l’avevo sottovalutato.
Ora, però, lui ha il volto colto dal terrore: a poche centinaia di metri l’onda alta come un grattacielo ha intenzione di divorarci.
Lancio il bicchiere; la decorazione che orla il tumbler alto sfiora le guance di una bimba che cerca il papà: penso a te, a quando leggevamo a turno i capitoli di Cent’anni di solitudine, a quando incrociavi le dita per un 30 che non sarebbe mai arrivato.
Sono in Calabria. Compro un semplice mazzo di rose per la pasticciera.
Da settimane vivo per il profumo della sua pelle. Le porto la composizione floreale e mi dice che mai ne aveva vista una così bella.
Non è il massimo dell’originalità ma sono contento e, pregustando l’incontro serale, torno al mio lavoro stagionale.
Nella segreteria che mi regalasti ecco un tuo messaggio: Come stai, non ti fai vivo.
Perché? L’ho chiesto l’ultima volta ad una lapide e te lo ripeto: perché quando ti chiamavo rispondevi con freddezza sebbene volessi parlarmi?
Non sono mai stato folle da evitarti. Conoscevo gli stati d’animo che occupavano le tue serate. Ma allora per quale motivo lasciavi che il telefono squillasse per interminabili minuti?
Il drin perseverava ed io non demordevo. Volevi farmi soffrire? Volevi che stessi male? Che tribolassi le notti al pensiero di una madre che, chissà perché, non risponde?
La pasticciera ora vive con un altro. Prova ad indovinare.
La sera del mazzo di rose non passai più da lei. Corsi da te.
Milleduecento chilometri con la Supermirafiori poichè temevo che un cuore malato avesse deciso di abdicare.
Sbriciolai i record di velocità ma ti avrei schiaffeggiata quando ti vidi eterea sull’uscio. Le buste della spesa impugnate da braccia tonanti mentre fiera osservi quanto i miei occhi siano esausti.
‘Non mi parli mai dei tuoi amici, figurarsi della fidanzata’, era la tipica frase che dai quindici anni vivacizzava, con frequenza settimanale, i rari momenti di ritrovo in famiglia.
In poche occasioni ho stormito alle orecchia materne i miei segreti.
I risultati? Gelide parole di circostanza ed atteggiamenti rassegnati, come se un inevitabile malanno avesse colpito un cuore già provato, destinandolo ad una lenta agonia.
I solchi delle rughe ti rendevano dolce ma, ad ogni parola proferita col tono distaccato, aumentavi le nostre distanze.
Ho sofferto e continuo a farlo quando ricordo le sensazioni che soffiavano in quei finti ed imbarazzanti dialoghi.
Ad un certo punto del mio percorso, la razione di sogni è drasticamente diminuita: desideravo solo serenità.
Sandra, Barbara, Elena. Ah! dimenticavo Elisa, l’ultima di cui hai sentito parlare. Da Carola in poi, è definitivamente passata la voglia di vedere alcune rughe farsi ancor più profonde.
Eppure immaginavo anche le tue, di sofferenze.
Ciò mi ha indotto al distacco. Il telefono sì. Ciao, come stai, tutto bene?
Che tristezza quando ci penso, ma non mi sento colpevole. Inutilmente ho cercato di rimuovere tutti gli sforzi fatti per distruggere il muro di diffidenza che costruivi per difenderti da chi mi amava.”
Tra una pagina e la seguente il curioso lettore sbircia oltre la scrivania sgombra di cancelleria; sull’armadio semicoperto dal cellophan, posto per il sequestro, si intravedevano Il Diario di Anna Frank ed Il Barone rampante.
Jerome si getta alla scoperta delle prefazioni ma le indiscrezioni del vice commissario riecheggiano in un salone al quale è stato donato, finalmente, un opportuno ricambio d’aria.
“Evelina, quando è stata investita, sapeva da poche ore che la sua vita stava per mutare. Nessuno tra i suoi conoscenti, però, giura chele sia stato detto.
L’omicida non ha alcun legame con la vittima. E’ stato un incidente.
Infine, caro ispettore, non si può vietare ad un uomo di abbandonare una casa regalata ad un’altra persona”
Il velo ironico era presente nelle esternazioni del commissario Bellè, ma l’equazione non era così limpida per l’acuta mente di Jerome.
“Ma vattene in pensione caro detective” avrebbe pensato quel Bellè.
Non pronunciò questa frase, superficiale per chi, adorando le pagine di cronaca, sa quanto sia importante analizzare attentamente le coordinate di storie così oscure.
Non la pronunciò ma avrebbe dovuto: la vita, a volte, viene presa troppo sul serio.
Il vice non aveva torto: non v’era alcun enigma; era stata solo fatalità.
Non pago, l’italiano dal nome transalpino volle ultimare la lettura. Mancava una pagina, quella digitata con word.
“Pulivo i piatti di un fast food della capitale. Di notte scrivevo auspicando un futuro da divo della letteratura. Non è stato così.
A Mosca bisognava riscaldarsi; bevevo vodka con operai, metallurgici come me: sbronzi si rientrava il sabato ed io sognavo che, prima o poi, avrei sbancato i botteghini con una pellicola d’autore. Non fu così.
Ricordi in primo liceo? Non era un giorno come tanti: era un lunedì che precedeva l’assemblea d’istituto.
La sera esco e bevo una pinta. A questa aggiungo un digestivo offerto dal ripetente che compie la maggiore età.
Le ore trascorrono e fingo di non avere un rigoroso orario di rientro.
Tutti scherzano. C’è anche lei, la mia prima donna.
All’amaro si somma il limoncello sorrentino. La testa gira e ci baciamo. Le chitarre suonano ed anch’io partecipo al concerto.
Apro la serratura con tre ore di ritardo. Barcollo e vi sveglio.
La punizione durerà due settimane. Vi maledico ma niente potrà cancellare la sera in cui tutto mi apparve così chiaro.
L’amico, diventato poi saltimbanco, accorda lo strumento prima di intonare Hotel California. Io abbraccio Camilla e non mi accorgo che mi gira la testa. Guardo i volti dei passanti e penso: ‘Nella vita contano le emozioni’.
Non riuscii a dormire quella sera. Gridaste per un’ora. Mi chiusi in camera ed iniziai a tratteggiare su un foglio ciò che mi brillava dentro.
Se non vi foste accorti di nulla sarei crollato dal sonno. Non mi sarei messo a scrivere. Non avrei cominciato a coltivare le tipiche illusioni di uno che vuole diventare un’artista.
Ero convinto dei miei fallimenti quando scelsi Londra come definitiva spiaggia.
Ancora una volta, riparto da zero.
Nessun amico o conoscente.
Io ed un lavoro da cercare per pagare il fitto della ventesima casa in quarantacinque anni.
Sommelier di giorno ed impiegato in un multisala di sera.
Mi accontento, come sempre.
I legami col passato recisi con vigore. Eppure riuscisti a rintracciarmi.
Come ci sei riuscita? Rimarrà sempre un mistero.
Non ero in casa quando bussasti con l’intenzione di attendermi anche per ore se non avessi risposto.
Non ci saremmo più abbracciati. L’infarto colpì con trenta minuti d’anticipo.
Ora provo a convincermi che sia stato meglio così. Che cosa avrei provato nel vederti svanire davanti ai miei occhi?
Io, codardo fuggito da tutto? Io, profugo in perenne ritirata dai doveri, dalla paura di crescere, da me stesso?
Davanti a te ho iniziato a buttar giù questa lettera.
L’idea era di sotterrarla accanto alla tomba. Poi, però, l’ispirazione è svanita.
Peccato. A pensarci era una trovata da film.
Per raggiungerti percorrevo un sentiero squassato, deviavo sulla destra ed evitavo il cumulo di terra smossa; nel fango, isolate gerbere evocavano speranza.
L’ultima volta fui colto dallo stupore.
Ero stanco.
Le mie gramaglie erano sudate dopo i chilometri macinati per adempiere ad un voto.
Anfore di ciclamini sfiancati dal gelo guidavano i miei passi; la casualità impose un cambiamento di direzione tra i catafalchi immersi nel verde.
Strabiliato osservai l’impattante volto, scolpito nel bronzo, che sovrastava un rettangolo di marmo nero; sotto l’epitaffio, un nome glorioso: Karl Marx.
Non solo Gorge Eliot ed Herbert Spencer: all’Highgate Cemetary eri in ottima compagnia.
Lessi una frase e capii a cosa fosse dovuta la mia solitaria esistenza
Ti amavo ma i miei fallimenti erano anche figli tuoi, dei tuoi comportamenti così espressivi ed al tempo stesso senza fondamento.
Camminai verso Camden con in grembo un’illuminazione: io, Enrico, la persona più anonima che il sottoscritto conosceva, doveva rientrare in Italia, nel suo paese natale.
I filosofi hanno solo interpretato il mondo, il punto è che bisogna cambiarlo. Era questa la scritta dorata che impreziosiva quel rettangolo di marmo nero.”
21 maggio e ad Ocho Rios non c’è bisogno del climatizzatore.
Enrico si alza per ordinare il pranzo ed il sole picchia sui crani d’arditi vacanzieri.
Sta per tornare sulla sdraio quando decide di lasciare una mancia al ragazzino che finge di essere un dj da party di Beverly Hills.
Arthur si dimena da forsennato ma non sa miscelare; con la mano sinistra Enrico gli passa un file da sparare ad alto volume mentre è la destra a distribuire, in sottobanco, i contanti.
I raggi infuocano l’isola infestata dai duppies, gli spiriti che, secondo gli abitanti, riescono ad entrare in contatto con i viventi.
“Alcuni si presentano come gechi sui muri, altri, come i rolling calf, sono minotauri dalla testa di vitello che ambiscono alla realizzazione delle sciagure umane”. Così, la sera prima, parlava Arthur, incontrato dal turista italiano nel centro del villaggio.
Il discorso animista fa da apripista ai sereni pensieri di Enrico.
“Quanti passi falsi in passato, quanti dispiaceri. In tanti avrebbero voluto vivere la mia vita. Solitario, nomade, mai annoiato.
Tanti lavori, tante città. Tante amanti, nessuna famiglia.
Tutto è finito in un tardo pomeriggio consumato dalla tragedia in una Londra ventilata.
Ora sto bene. Sono rimasto con un trolley sgombro di affetti.
Non mi è rimasto che riempirlo regalando tutto ad una sconosciuta.
In fondo mi era simpatica. Evelina il suo nome. Occhi sempre bassi, voce sottile, così timida nonostante un’imponente corporatura.
Che bello: almeno una persona mi ricorderà per sempre”
Cento dollari in meno e l’ombrellone lo accoglie nuovamente.
Un panino in più ed un capriccio che a momenti sarebbe stato esaudito.
Arthur scaricò il file ed alzò il volume. Da quell’istante il silenzio dei bagnanti durò un quarto d’ora circa.
Una cover di Silent night, Last Christmas e So this is Christmas imposero a tutti i presenti affettuosi abbracci e sorrisi non convenevoli.
L’acqua ghiacciata dava conforto al turista accaldato il quale, sornione ma malinconico, seguiva lo strano affresco dipinto dalla sua idea.
Anche alcuni abitanti - credenti animisti che stavano pitturando i muri di rosso per allontanare gli spiriti - si fermarono, colpiti da emozioni dirette al cuore.
Nessuno aveva preparato una cena e nessuno aveva allestito un albero; la soddisfazione per l’aver finalmente vissuto il Natale dei sogni lo pervase per pochi secondi.
Come un inevitabile rito woodo, però, un’agrodolce riflessione penetrò una corazza rimasta fragile, minando l’apparente tranquillità di una persona che forse si credeva rinata.
“Ma domani?”
19/02/2008 - NewsEditoria - kania.anetta