Bononi, Bonsignore

Delle tante persone che abbiamo conosciuto nella nostra vita alcune rimangono nella nostra mente per un po’ di tempo, poi svaniscono. Altre rimangono per sempre.

Forse dipende dal sistema di archiviazione mentale: quelli che non ci hanno colpito li archiviamo nella memoria labile; li dobbiamo dimenticare perché, tutti assieme, sarebbero troppi. Quelli che ci hanno regalato delle emozioni finiranno in una piccola nicchia, nella memoria profonda. Si dice niente è per sempre. Non è vero: alcuni sentimenti durano anche oltre la vita terrena.

In modo un po’ più poetico, possiamo pensare che transitano dalla mente al cuore.

Condividere il ricordo delle persone che ci hanno emozionato è utile, perché la vita terrena, al confronto con il tempo del cosmo, è tremendamente breve. Ricordarle vuol dire allungare la vita delle persone migliori.

Una di queste persone, che mi ha regalato forti emozioni, è stato Loris Jacopo Bononi.

Loris Jacopo BononiEra il direttore medico dell’industria della quale ho curato la comunicazione per dodici anni, quindi uno dei miei capi. Soprattutto, oltre che libero docente di microbiologia e chemioterapia, era un grande scrittore e poeta. Un giorno mi chiamò nel suo ufficio per regalarmi il suo primo libro appena edito da Cappelli, Diario Postumo. Era un racconto poetico della sua adolescenza, trascorsa in gran parte cercando di avere un ruolo da protagonista nella vita. Ricordo la fascetta gialla che cingeva il volume, riportando la sua sintesi di questo travaglio: “Furioso di essere, e non apparire, disponibile anch’io.”

La critica, su quel libro, si divise. Qualcuno l’acclamò, altri storsero la bocca. Pasolini passò da un iniziale atteggiamento severo a un giudizio molto elogiativo, uscito una settimana dopo, che intitolò: Chiedo scusa a Bononi. Alla fine collocò Loris Jacopo Bononi ai primi posti nel panorama della letteratura del novecento.

Un altro giorno Bononi (per tutti Il Professore) mi chiamò:

“Cogno, se ha un minuto, venga da me.” Aveva voglia di fare due chiacchiere. Mi domandò, a bruciapelo:

“Lei è superstizioso?”

“No”.

“Che rapporto ha la morte?”

Se non ricordo male, replicai: “Nessuno, e spero di averlo il più tardi possibile”.

“Volevo darle un consiglio, così, per simpatia: cerchi di non sbagliare il marciapiede sul quale si cammina nella vita”.

“Mi sono perso qualcosa: quale marciapiede?”

“Quando lei cammina per strada, incontra delle persone; a volte alcune di queste le conosce. Se quelli che incontra, pur di non salutarla, attraversano la strada e cambiano marciapiede, lei ha sbagliato tutta la sua vita di relazione. Se invece, pur di salutarla, delle persone attraversano la strada per fare due chiacchiere con lei, avrà speso la sua vita in modo utile. Perché ci sarà un giorno in cui (non possiamo evitarlo, siamo tutti a tempo determinato) lei sarà in una bara. Se dietro al carro funebre non ci sarà quasi nessuno, lei avrà obbligato tutti quelli che conosce a cambiare marciapiede pur di non incontrarla e certamente non saranno lì in quel momento. Invece, se imposta la vita nel modo giusto, quelli che saranno presenti saranno lì solo per amore, non per piaggeria, perché lei non potrà neppure sapere che saranno dietro al suo feretro. Pensi: interromperanno qualsiasi cosa che staranno facendo, perché niente sarà per loro così importante quanto stare con lei, anche quando lei non potrà più saperlo”.

Anni dopo questo colloquio ho lasciato quel lavoro ed ho perso di vista il Professore, ma mai l’ho dimenticato. Purtroppo ho saputo della sua morte anni dopo che era avvenuta. Avrei lasciato qualunque impegno per essere presente al funerale, assieme a tutti quelli che attraversavano sempre la strada per salutarlo. Lui si: aveva sempre camminato sul  marciapiede giusto.

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Ho saputo troppo tardi della scomparsa anche di un'altra persona a me molto cara, Bruno Bonsignore. Così, anche in questo caso, non sono riuscito a interrompere ogni cosa per correre a portargli il mio ultimo saluto.

Bruno BonsignoreGli avevo addirittura mandato, dopo un po’ che non lo sentivo, un messaggio informatico  di saluto: mi era parso strano che non mi avesse risposto. Lo avevo salutato con una delle nostre frasi tipiche della lingua che avevamo inventato da ragazzi e che abbiamo usato per tutta la vita: lo avevo salutato con un Gneku Gneku… ma lui non mi aveva risposto Gatuffi Gatuffi, perchè non c’era già più.

Bruno Bonsignore lo conobbi al Judo Kokan Club di Mario Brucoli a Torino. Era di una simpatia contagiosa, matto come un cavallo, gli dicevo e lui mi rispondeva “Anche tu non sei mica messo bene.”

Ci davamo con affetto un sacco di botte: lui amava il Tomoe naghe e il De ashi Barai, io cercavo di atterrarlo con un Ippon seoi Nage. Avevano in comune anche il jazz, lui al piano, io alla chitarra. Ci vedevamo al mare, in Liguria, dove i suoi avevano la casa estiva. Ad un certo punto, quando ero rientrato in Italia dopo due anni di tournée in Germania e Finlandia con la mia band (e mi ero anche sposato) Bruno ed io aprimmo, insieme, un’agenzia di pubblicità, che battezzammo L’Equipe. Eravamo due copywriter piuttosto bravi ma guadagnavamo pochissimo. Io accettai una allettante proposta di lavoro a Roma e lasciai Torino e l’agenzia, tra il muso dei colleghi. Dopo anni ci risentimmo quando a Bruno servì la mia supervisione per un servizio fotografico. La testimonial della campagna che stava preparando era la stupenda Mariangela Melato. Dovevo solo controllare che il fotografo realizzasse lo shooting in modo efficace. Poi lui andò in Brasile e non ci sentimmo per molto tempo. In quel lungo periodo, Bruno realizzò una impressionante serie di successi pubblicitari. Passarono anni prima chi ci s’incontrasse di nuovo: fu quando, stanco di marketing, di strategie e di budget, fondò AssoEtica. Io collaborai con lui per cercare di far partire anche a Roma un master per “manager etici” come lui faceva da anni, con successo, a Milano.

Pubblico più sotto tre cose su Bruno: la prima è quello che ha fatto nella vita, e sono proprio tante e importanti. La seconda è la cronaca dell’incontro con Zigmunt Bauman, che lui invitò a tenere una lezione al master di AssoEtica. La terza sono alcuni scritti sulla Grecia, dove cercava di scappare, non appena poteva, nella sua casa in riva al mare.

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Bruno Bonsignore era figlio di un imprenditore che trattava piastrelle di ceramica per l’edilizia. Aveva un grande talento per la comunicazione e una raffinata creatività. Infatti, dopo la nostra esperienza all’Equipe, vinse un concorso e venne chiamato alla Ferrero come direttore creativo internazionale, lavorando per anni allo sviluppo di nuovi prodotti e sulle campagne Nutella, MonCheri, Brioss, Fiesta, TicTac, Pocket Coffee. Poi tornò al libero professionismo col suo Atelier e successivamente volò in Brasile per aprire la prima agenzia italiana del Sud America. Furono sei anni di acquisizioni: Fiat, Cinzano, Cynar, Olivetti, Montedison, Bracco e un progetto editoriale per l’Estado di Sao Paulo.

Tornò a Milano per firmare le campagne di BigBabol, del Panettone Alemagna, Charms, Birra Wuhrer, Pooh jeans, Brill, Champion, Jaegermeister, Salvarani e Golia. Un altro suo successo fu il “vero piacere” dei Condorelli, le Mele dell’Alto Adige, le calze OroBlu e il Brasil effect dei collant Sanpellegrino. Poi Bruno Bonsignore venne travolto dalla  convergenza multimediale: nel 1994 studiò Media Ecology e l’arte di internet alla Wow di New York per dedicarsi finalmente, con la sua Crosscom, alla comunicazione new media e all’economia digitale. Rilevò la Scuola Politecnica di Design di Milano e fondò l’Ateneo Multimediale. Poi venne fulminato dai concetti dell’etica manageriale, così poco praticata in Italia, e divenne presidente di AssoEtica, realizzando il primo Master in Business Ethics Management con il patronato della Città di Milano che, poco dopo, gli conferì L’Ambrogino d’Oro.

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ZIGMUNT BAUMAN INEDITO

Quel signore che spunta dalla porta scorrevole della dogana dietro al carrello senza bagagli, con solo una piccola borsa a mano, è Zygmunt Bauman, e m’individua subito senza l’aiuto del libro che tengo in mano con il suo nome in copertina. Si ferma e s’inchina per salutarmi, scusandosi con enfasi ironica per avermi fatto attendere una ventina di minuti, dopo aver mandato sua moglie Janina in avanscoperta per rassicurarmi ch’erano arrivati. Mi spiega che l’aereo per Milano ha aspettato loro ma non i bagagli, che sono rimasti ad Amsterdam, e così ha dovuto riempire un po’ di moduli per consentire la consegna in hotel l’indomani. Mi sollecita a raggiungere un’area “smokers” e appena fuori dal cancello cava di tasca la pipa e da’ fuoco al fornello pieno di Clan,  aspirando con gusto.

Sull’auto che ci porta da Malpensa a Milano io siedo di fianco al taxista, ed ho ancora in mano il libro con la foto in copertina. L’autista la nota e mi chiede se il signore dietro è proprio quello della foto e io gli dico che sì è il professor Bauman, un passeggero famoso e prezioso e gli raccomando di guidare con prudenza. Mentre la moglie s’è assopita cedendo alla stanchezza e allo stress dei bagagli che non sono arrivati, dal sedile posteriore mi giunge la sua voce che osserva, con tono leggermente piccato: “Vedo che hai trovato un buon compagno di conversazione….”

L’ho invitato da tempo a tenere una lezione al master di Ethics Management e anche se è già al corrente del tema, mi chiede cortesemente se vi siano aspetti di particolare interesse per la docenza dell’indomani.

C’è emozione nell’aula riunita davanti a lui il mattino alle nove, ed è stato deciso di non tradurre per evitare di interromperlo, confidando nel suo inglese tranquillo e chiaro. Un’ora di lezione di vita, cioè di saper osservare per cercare di capire senza mai illudersi, avverte, di avere capito. E con l’esortazione ai futuri manager ad accettare che nella realtà complessa della globalizzazione non c’è più la possibilità di controllare tutte le conseguenze delle nostre decisioni, e che dobbiamo rassegnarci a convivere col dubbio. E poi un’altra ora di domande, alle quali ci sono già le risposte nei suoi libri, ma gli vengono fatte per assaporare la sua presenza fisica, la lucidità  e l’immediatezza nel correlare l’attualità di oggi con le intuizioni di George Simmel, di cui si dichiara umile discepolo. Chi mi sta di fianco a cena è un grande saggio coi capelli bianchi che gli cerchiano il cranio e m’interroga sulla bontà di un vino rosso di cui ha sentito parlare, si chiama “dolcetto” avvertendomi che non me lo chiede per farselo ordinare, ma io sono svelto a dirgli che dopo un più leggero grignolino è previsto proprio il dolcetto per accompagnare la prossima portata. Penso che mi piacerebbe passare con lui e magari pochi buoni amici qualche tranquilla, privilegiata giornata di conversazioni, anche nell’improbabile Leeds…

Il cameriere è consapevole di avere un personaggio al tavolo e quando sente che il professore abita a Leeds lo informa subito che il mese prossimo ci dovrà andare per un rally e così Bauman si alza, gli da’ il suo minuscolo biglietto da visita e lo invita ad andarlo a trovare! Allora penso che è proprio dimostrata la tesi dei 6 gradi di separazione (o di vicinanza), io che ci ho messo quasi un anno per incontrare Bauman, inseguendolo nei vari congressi e appostandomi per potergli parlare brevemente, mentre al cameriere di Posillipo basta una cena per essere addirittura invitato a casa…

Ritorno ai momenti d’aula e considero che Bauman dice cose che ho già letto ma è come se lavasse e stirasse per bene la tua cultura, trasformandola in un vestito comodo da indossare per scoprire altri aspetti interessanti che non avevi colto e che non passano di moda, e capisco che il professore ci consente di valorizzare quanto sappiamo e al tempo stesso d’accorgerci di quanto sia relativa la conoscenza.

Così che quando ripropone i suoi concetti non da’ affatto la sensazione che stia insegnando, lui guarda e osserva e parla a voce alta, sottolineando di quando in quando con un “ladies and gentlemen…” e una piccola pausa le affermazioni più significative, e dopo un po’ ti abitui alla sua straordinaria acutezza, alla semplicità con cui sviluppa dei pensieri complessi e te li porge. Al termine della lezione mi dice, in risposta ai miei complimenti, lui si schernisce e mi dice di non capire perché gli abbiano attribuito tutte quelle lauree e riconoscimenti, ma gli occhi brillano quando sua moglie Janina ci informa che il prossimo 22 aprile l’Università  di Leeds  gli conferirà la Laurea Honoris Causa,  di questo lui è orgoglioso. E riconoscente, perché è stata Leeds 35 anni fa ad ospitarlo e offrirgli un incarico all’università. Gli ho chiesto perché proprio a Leeds: “Avevo terminato un breve incarico all’università di Londra ed ero senza impiego e leggo sul Daily Telegraph che ci sono offerte di lavoro, allora m’informo e mi dicono che ci sarebbe un posto all’università di Leeds, e ci andiamo di corsa. Era una brutta città, grigia e piena di fabbriche, ma un po’ alla volta gli stabilimenti hanno chiuso, adesso c’è il verde e si vive tranquilli, e poi non andiamo volentieri a Londra. L’aereo lo prendiamo a Leeds anche se ci sono pochi voli, ma l’aeroporto è piccolo e senza tutti quei corridoi interminabili che non sai dove ti portano”.

Gli chiedo se anche lui pensa, come Morin, che ci sia una sorta di “via Mediterranea” alla globalizzazione, un modo caratteristico e specifico del Sud, coi suoi  ritmi fisiologici, che sa prendersi il tempo per riflettere, per ridere, per informarsi dell’altro, per la convivialità e l’ironia  e non è ossessionato dal  dominio della ragione, della logica lineare e della velocità…

“Sì –mi risponde- credo che ci possa essere questa che chiami via, voi (del Sud) siete capaci, al contrario dei francesi, o dei tedeschi o degli inglesi, di accogliere l’altro, dico tutti quegli immigrati che sbarcano sulle vostre isole, senza pretendere, anzi senza aspettarvi che diventino necessariamente come voi, che acquisiscano la vostra cultura come una condizione senza la quale vanno rigettati indietro, vedo i segni di questa nuova disponibilità. E non si tratta, come dici, di un melting pot, un punto di scambio e di fusione, vedo piuttosto un’apertura a convivere nella differenza”.

La cena finisce e Bauman guadagna per primo la porta per accendersi la pipa, così ho ancora il tempo per un’ultima curiosità e gli chiedo come passa la giornata e del suo orario di lavoro: scrive tanto, rilascia interviste, viaggia frequentemente in tutta Europa, di certo legge e guarda la televisione perché è informato su tutto, anche delle vicende italiane come l’ultimo sciopero generale proprio il giorno del suo arrivo;

“Sono come Venere, che è visibile sia al mattino, prima che sorga il sole, sia a sera, dopo il tramonto. Gli antichi non avevano capito che si trattava dello stesso corpo celeste in due posizioni diverse e chiamavano il primo Phosphorus e il secondo Vesper. Ebbene io sono un tipo Fosforo, mi alzo alle 6 e lavoro fin verso le 11 o mezzogiorno, poi basta, mi riposo, leggo, faccio altro o guardo un po’ di televisione, la sera mangiamo alle 7, un pasto leggero e alle 11 siamo già a letto”.

All’abbraccio della buona notte mi regala questa dedica sul libro che sventolavo all’aeroporto con la sua foto in copertina: “To signor Bonsignore, in memory of unforgettable, fascinating, stimulating meeting in Milano”.

Grazie Zygmunt.                                           

 

                                       Zygmunt Bauman è deceduto il 9 gennaio 2017.

 

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MATTINATA

Costumi secchi di sole e asciugamani impastati di sale schioccano sotto i colpi del maestrale che per tutta la notte ha scompigliato i rami degli ulivi.

Il geranio rosso si piega paziente e resiste protetto dal muro secco di pietra grigia del terrazzino che guarda il mare.

I colori sono vividi e duri nella luce della mattinata d'estate e l'aria, dopo giorni finalmente fresca, invita al breve tragitto verso il paese a comprar frutta e pane fresco.

A quest'ora perfino l'asfalto della strada si lascia calpestare gentile senza ancora coprire col suo alito gommoso il sapore del verde mediterraneo che comincia a farsi pungente.

Dall’alto della piccola roccia che divide la casa dal porticciolo si vede mare fino alla terraferma greca, tanti mari blu e verde screziati, traforati dal fresco primo piano dei cipressi e dei pini.

Qui sotto le grosse onde compongono un arco che rotola lento verso gli scogli, ma più in là, in mezzo al canale, centinaia di creste bianche si rincorrono disordinate, spettinate, spintonate dal vento che promette superbo di giocare con loro, fino a tardi, nel pomeriggio.

Questo posto e questo mare danno al mattino un prolungato incanto che accoglie le case ombreggiate degli isolani e i motorini dei villeggianti in una comune consapevolezza del bello prima che le taverne indifferenti spargano gli odori del prossimo pranzo.

Loggos, 10 luglio 2000.

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Ora legale (pensando alla prossima isola)

Sai che l'ora legale mi mette euforia; vedo le giornate che non finiscono più e quando pensi d'aver fame sono passate le nove e così il telegiornale è già sprofondato nella tv spazzatura e sei felice di aver perso il ritmo, il tempo, il rituale e guardando il cielo ancora chiaro penso che fra poco, poco ormai,  salirò su un traghetto con il mare della Grecia sotto, verso un isolotto che non conosco, dove dirò le mie due parole di greco: kalispera, ti kani kalà? ena potiri crassi efkaristo, aspro né, me feta e psomi....

La signora vestita di nero entra nella taverna scura con la cornice blu che segna la facciata e le finestre, c'è un pergolato rinsecchito e i garofani sui davanzali, al tavolo contro la parete bianca, nella penombra lontana dal sole c'é il pope con un bicchiere di retsina e il rosario in mano. Il sole picchia sulla pelle ancora chiara delle mie spalle e cammino svelto per sedermi al tavolino quadrato di legno e riparare i piedi scalzi. Seduto, intingo il pane nell'olio e mangio un'oliva nera e grassa e a due metri c'è l'acqua trasparente del porticciolo con le barculle che saltellano piano al passaggio di un gozzo con le reti secche a prua; da qualche parte arriva odore di pane che immagino caldo e più in là l'autobus scassato costeggia scansando a fatica tra i tavoli e l'acqua. Io aspetto che il sole scenda un poco per andare a pescare e non vedo l'ora di indossare la muta, preparare i pesi, mettere la cintura dei piombi e sputare nel vetro della maschera ottica per evitare che s'appanni quando scenderò in acqua.

Mi lascio andare di schiena col fucile nella destra e premendo la maschera sulla faccia perché non scivoli via, mentre cerco di immaginare com'è il fondale sotto e quanti metri dal fondo. Arrivo in acqua con bolle d'aria che mi nascondono il cielo blu ma sotto un altro blu più intenso mi aspetta mentre un rivolo d'acqua fredda passa dal collo e mi allaga la schiena. Mi lascio ondeggiare senza battere le pinne per non spaventare improbabili pesci e intanto verifico i guanti e carico il fucile, appoggio l'impugnatura sopra lo stomaco, tendo il muscolo e tiro l'elastico fino a incastrare l'anello d'acciaio nella tacca dell'asta. Controllo di aver messo la sicura mentre ormai con lo sguardo ho scandagliato tutte le rocce attorno a me.
Ci sono castagnole che passano davanti al fucile senza paura e delle belle salpe che si fermano a branchi a brucare e la pancia diventa bianca come quella di un sarago quando s'inclina fino a cogliere la luce del sole...
Non mi aspetto niente ma so che là, a sinistra, dove è già buio, almeno venti metri più sotto ci sono delle rocce con una visiera che dà ombra a una famiglia di cernie, le ho già viste il giorno prima, sono sceso senza pensare di tirare, solo per vederle e infatti ce n'era una fuori tana, con la testa che sporgeva un po’ dal riparo e subito un'altra è arrivata da poco lontano, bella grossa, almeno 8 chili e sono sparite dentro tutte e due insieme, sollevando una nuvoletta di sabbia.
Mentre risalivo a prendere aria sorridevo perché almeno le ho viste, questa notte prima di addormentarmi ripeterò tante volte la scena pensando già a come dovrò scendere domani per cercare di prenderne una.
La retsina é in una bottiglia da mezzo litro col tappo a corona che si apre come la gazzosa, e la feta é coperta d'olio e origano che sa di sole. Finisco tutto in fretta, anche il pane e adesso fumerò una Gitane; mi piace il pacchetto blu e l'odore del latakia, il tabacco nero che la Regie francese mette nella miscela.
Forse in paese sono già arrivati i giornali italiani, ma vado invece a sedermi al tavolino dove affittano le barche, sotto l'ombrellone, a parlare col mio amico Yanis, un po’ in italiano, un po’ in greco. Nessuno dei due vuole usare l'inglese, non ce n'è bisogno, e poi Yanis dice "anglika pustides" e giù a ridere mentre riaffiora la complicità greco-italiana ed ecco che arriva il fatidico “una faccia una razza”.

Adesso posso salutarlo, ormai è il momento di saltare sulla barca e puntare fuori, piano, verso il mio pomeriggio incantato, guardando il solco bianco nell'acqua dietro di me.

21 aprile 2003

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Ascensione greca

L'aria tersa di quest'ultima settimana di maggio toglie profondità di campo ai colori dell'isola, che sembra una litografia panoramica di Valerio Adami con quelle sue provocatorie tinte piatte. 
Scendo la piccola striscia d'asfalto in motorino, pensando che ho fatto bene a indossare il giubbotto perché mi protegge dall'Austro che arriva dal mare quasi piatto.
Mi fermo nella piazza centrale, dove c'è la chiesa con la facciata simil-bordeaux e guardo incuriosito un sentiero di petali colorati che spicca sulla pietra chiara della pavimentazione. Tanti rossi diversi di petali di rose, di gerani e garofani, punteggiati dal verde intenso delle foglie d'alloro, per indicare, mi spiega Spiros della taverna accanto,  a tutti i fedeli il percorso simbolico dell'Ascensione, che precede di dieci giorni la Pentecoste. 
Vedo i fiori delicati sparsi sulla pietra lucida delle stradine tutto intorno alla chiesa, fino al porticciolo, e penso all'asfalto grigio e sporco della mia città e mi chiedo ancora una volta perché devo tornarci e lasciare tutta questa bellezza. 
E' il primo di giugno. Sui tavolini dei bar compare il Paxos News, la prima rivista dedicata all'isola, tutta rigorosamente in greco, che attira l'attenzione dei residenti, otto facciate tabloid a colori che ragazzini e pensionati sfogliano con curiosità e malcelato orgoglio. Ne prendo una copia da portare a casa, testimonianza, anche se per me incomprensibile,  di un avvenimento culturale e di costume. Ma adesso sono quasi le tre del pomeriggio e sta per arrivare l'idrovolante (qui lo chiamano idroplano) proprio all'imboccatura del canale. 
Sento il biturbo che s'avvicina e quando svolto la curva vedo il DHC6 Pegasus da 20 posti appoggiare i suoi due lunghi scarponi galleggianti sull'acqua piatta. Col muso ben alto, traccia due brevi scie bianche prima di fermarsi quasi subito grazie all'inversione del passo delle eliche operata dal secondo pilota, come gli ho visto fare durante il mio viaggio d'arrivo. L'aeroscafo bianco e blu scivola lento e goffo ma attracca con inaspettata agilità al pontone manovrando le due eliche. Sono gli stessi piloti a scaricare le sacche e consegnarle ai passeggeri ancora eccitati per la breve avventura acqua-aria-acqua. 
Ho appena assistito a una svolta epocale, dopo decenni di traversate all'odor di nafta sul Kamelia scrostato, ormai retrocesso ai collegamenti con l'Albania. E pavento la prossima, che potrebbe portarsi via con i petali di rosa il mio romanticismo ellenico.

Gaios, 1 giugno 2006

Pubblicato il 18/06/2018 alle ore 09:28 da Enrico Cogno

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