Editoria e immagine del brand

A differenza di quanto veniva fatto dagli altri istituti competitori, che per pubblicare i piani di studi e le attività delle loro scuole utilizzavano monografie e depliant, venne deciso di far convergere l’attività di comunicazione del Centrostudi in una testata giornalistica regolarmente registrata come semestrale presso il Tribunale di Roma il 14/06/1979. La testata aderiva all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana.

Inevitabilmente si chiamò “Comunicazione”.

Sino a che il corso di giornalismo fu in attività, il periodico pubblicò i migliori degli articoli degli studenti del corso, unitamente ad una serie di servizi firmati da docenti, stakeholder e varie personalità che ruotavano attorno al centro. Per sottolineare questa volontà giornalistica, la testata venne editata, nei primi numeri, nel formato dei classici tabloid, mentre in un secondo tempo venne scelto un formato che permettesse una più facile impaginazione.  

Solo in un caso, negli anni ’90, venne prodotta una specifica brochure di presentazione della scuola in occasione di uno dei tanti saloni dello studente che si tenevano in quel periodo in Italia. Furono editati in tutto nove numeri di “Comunicazione”. Il formato e la foliazione vennero, volutamente, modificati ogni volta, secondo i contenuti da pubblicare. Diversi art director si alternarono nella gestione grafica della testata, tra i quali Bonifacio Pontonio (con la collaborazione di Roberto Romani, pochi anni dopo scomparso prematuramente), Fulvio Cardarelli, Rodrigo Ampuero e Maxime Roi.

Il marchio del brand

Su proposta di Enrico Cogno fu realizzata un’immagine che simboleggiasse l’atto dello scrivere mediante una mano che impugnava una penna, come sintesi della comunicazione.

L'esperienza insegna L’idea ricevette i complimenti di Armando Testa, colpito da questo tipo di sintesi. Fu per molti anni il logo-marchio della scuola. In realtà la fotografia, scattata da Giampiero Medori, avrebbe dovuto essere realizzata spalmando sulla mano del modello quel tipo di crema bianca, omogenea e liscia che appunto si usa per evitare delle screpolature. Ma non essendo presente nello studio fotografico, in quel momento, la sostanza adatta, fu usata una vernice che, sotto il caldo delle lampade, si screpolò, creando uno stile piuttosto aggressivo: l’effetto fu giudicato comunque utile e la foto venne accettata.

L'eperienza insegna tratto Per evitare il problema delle difficoltà di riproduzione su materiali che non fossero carta di eccellente qualità, fu realizzata una versione a tratteggio per consentire una buona riproduzione su qualunque supporto.

20 anni nuovo logo Dopo venti anni di utilizzo del marchio con la mano a strisce, nel 1998 il graphic designer Bonifacio Pontonio venne incaricato di creare un nuovo marchio del brand e propose un cerchio rosso dentellato, con tre piccoli quadrati bianchi in verticale. I tre quadratini si rifacevano al ricorrente uso, al Centrostudi, del numero tre, a partire dai tre dipartimenti didattici e dal giorno di fondazione, il 3 ottobre 1978.

Nel tempo, vennero utilizzati dei claim che chiarivano la mission della scuola: il primo fu “Scuola laboratorio”, il secondo fu “International College”, dato che il quel momento la scuola agiva in collaborazione con università straniere. Il terzo fu “Experientia Magistra Rerum”, il quarto “Formare cultura d’impresa” e da ultimo “Insegna l’esperienza”.

A partire dal 1988 venne affiancata al periodico COMUNICAZIONE una news letter destinata a presentare l’attività del Club Ex Allievi. La testata, che aveva una periodicità di maggiore frequenza rispetto a COMUNICAZIONE, venne battezzata ExPress per ricordare la rapidità di un espresso ed era caratterizzata da una grafica che divideva in due i termini EX e Press, suggerendo il doppio significato di EX come ex allievi e Press (Stampa).

ExPress

Il numero 8 di Comunicazione riproduceva in copertina un’ape, quale simbolo di operosità.

Comunicazione 8

Il numero 9, che fu l’ultimo realizzato, utilizzava invece una serie di lampadine colorate quali simbolo della creatività che caratterizzava le attività didattiche della scuola.

Comunicazione 9

Un’intervista a Enrico Cogno

Nel secondo numero del periodico Comunicazione, nel 1980, venne pubblicata un’intervista a Enrico Cogno, raccolta da Stefano Pavetti, utile per illustrare il pensiero originale del progetto didattico.

Quanto costa un intellettuale?

Gli “intellettuali inutili” costano troppo. Solo recentemente si è affrontato il problema dell’assorbimento di energia da parte della cultura. Non sono soltanto le industrie e la smisurata spinta consumistica a squilibrare le riserve energetiche mondiali: anche costruire un intellettuale costa energia. Provate a calcolare i kilowattore  che si nascondono dietro ad un libro, ad un audiovisivo didattico, ad un’ora di studio e considerate che questo consumo energetico rappresenta soltanto l’aspetto più evidente del dispendio di energie occorrenti per “fabbricare” la scolarità di una persona : non è l’aspetto più grave.

Preoccupa maggiormente lo squilibrio conseguente alla sottrazione di forza-lavoro a favore delle attività intellettuali, spesso esclusivamente teoriche e prive di spunti pratici.

Può apparire curioso che un simile problema venga sollevato proprio da una struttura che produce cultura del tipo più sofisticato, dal momento che si occupa della forma oltre che dei contenuti delle tecniche di comunicazione.

Ma qui sta il punto: il Centrostudi di Comunicazione non è stato creato per essere un doppione delle “fabbriche intellettuali” esistenti, ma per aiutare le persone a capire gli errori della comunicazione e, di conseguenza, imparare ad evitarli. Non solo, condensa esperienze di anni in una sintesi di ore per l’apprendimento concreto di una professione. Riflettendoci, questo è un’enorme risparmio di energie. Più che produrre cultura, in questa struttura si studia come correggere formalmente le parti sbagliate di quella che ci è stata impartita. Gli scopi: far apprendere delle tecniche specifiche, scoprire perché si commettono errori di comunicazione (la ragione è sempre di tipo psicologico) e indicare come correggerli. L’obiettivo: far sapere cosa fare e cosa dire, nel modo migliore e senza una parola in più. Non le sembra un modo concreto di aiutare a comunicare meglio?

Come definirebbe il Centrostudi Comunicazione?

Una iniziativa utile per fare della cultura concreta nel settore della comunicazione di massa. Credo che oggi ci sia una certa nausea di finiti colti, di esperti in bla bla. Va considerato che in giro di pochissimi anni lo sviluppo delle tecnologie cambierà completamente il mondo del lavoro, con una velocità di tipo esponenziale. Come conseguenza, si renderà necessaria una riconversione di milioni di operatori in ruoli diversi da quelli attualmente occupati e la formazione di nuove leve in grado di introdursi nel mondo del lavoro in possesso di conoscenze concrete e aggiornate. Tutto questo (e non è una mia idea, ma la conclusione cui sono giunti i tecnici) comporta nuovi apprendimenti. In altre parole, tecniche di “training” che richiedono uno studio sempre più approfondito delle tecniche di comunicazione. La vera, nuova risorsa energetica del mondo è questa.

Ma avete scoperto una formula per fare diventare tutti colti e concreti?

Non è una formula, è un metodo di lavoro. Vorrei sottolineare la parola lavoro, nel senso di studio pratico di laboratorio. Far fare le cose anziché parlare delle cose, esattamente come quando si lavora. Spiegare perché accade una cosa e non limitarsi ad enunciare che accade. Da quando la comunicazione è diventata una moda si sentono autorizzati a parlarne tutti, ma pochi sanno spiegare i meccanismi sui quali si basa.

Un esempio?

Enrico cognoLa comunicazione persuasiva: tutti stigmatizzano il ruolo manipolatorio della comunicazione di massa e si sentono molto fieri di questo ruolo di difensori civici. In realtà la pretesa di “erudire il pupo” limitandosi ad avvertirlo che la comunicazione è manipolata è un modo stupido quanto inutile di affrontare il problema. Ho assistito a decine di conferenze e tavole rotonde, ho letto centinaia di articoli e saggi sul pericolo rappresentano da questo lavaggio del cervello collettivo: quasi nessuno ha mai fatto la sola cosa utile, spiegare cioè come agisca la comunicazione persuasiva, in modo da rendere pubbliche le tecniche manipolatorie. E’ l’unico processo realmente democratico. Si parla tanto di disinformazione ma non s’indica come si trasferisce una notizia.

Prima si trovava lavoro più facilmente, o sbaglio?

Non si avevano trentamila aspiranti vigili urbani per 87 posti, questo è vero. Ma non parliamo dello stesso tipo di lavoro. Chi vuole una scuola che gli rilasci il fatidico “pezzo di carta” per fare i concorsi deve rivolgersi altrove. Non gli possiamo essere d’aiuto. Noi ci occupiamo dei professioni nuove e cerchiamo di accorciare i tempi di preparazione per chi vuole operare, avendone l’attitudine, in questi settori.

Come si fa a sapere se si ha questa attitudine?

Si prova a fare quello che si vorrebbe fare. Non vedo come si possa evitare di verificarsi. I corsi sono intensivi proprio per dare risultati rapidi.

Ad oggi, questi risultati quali sono?

Spero si aspetti una risposta onesta, non una risposta furba. Sono gli unici possibili tra persone pratiche, in un’organizzazione non sovvenzionata, non appoggiata politicamente, rigorosamente professionale: sono risultati meritocratici. Chi è bravo va avanti, chi non lo è perde il giro. Non è una fabbrica di salami dove si introduce il maialino ed esce l’insaccato. Possiamo solo fare della formazione tecnica condensata, senza perdere nemmeno un minuto, dando una sintesi di anni di professionismo.

Il bilancio è positivo?

Lo dice da solo il successo dell’iniziativa. Vede: il dramma di rendere pubbliche le tecniche di comunicazione è che poi tutti diventano capaci di capire se si “bluffa”. Insegnando ad essere chiari, non si può passare in nerofumo sulle cose. Raccomandando la politica della trasparenza, non è più possibile nascondersi dietro un dito.

Fortunatamente non possiamo che essere contenti dell’immagine creata in questi anni. Mi rendo conto che detta così la cosa sembra un po’ trionfalistica, ma è la verità.

Un consiglio pratico: cosa mi suggerisce per chiudere l’intervista?

Smettere di fare domande.

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